David Bentley - Photo by Daily Cannon

Si sente spesso parlare di giocatori che nonostante l’età avanzata non riescono a dire basta. In molti casi si tratta di grandi campioni che hanno passato tutta la vita con le scarpette allacciate e al pensiero di cambiare vita vanno in tilt, finendo per procrastinare il più possibile il momento fatidico dell’addio al calcio. Ci sono però anche alcuni rari casi di calciatori che accusano il problema inverso: nel fiore degli anni, seppur magari all’apice della carriera subentra in loro un malessere, un’insofferenza nei confronti del pallone e di tutto ciò che gli gira attorno, tale da spingerli a cambiare radicalmente vita. La storia di David Bentley, dapprima promessa dell’Arsenal e poi giocatore importante del Tottenham, rientra proprio in questa categoria.

 

Dal North London al… North London

Arrivato a Londra tredicenne, Bentley entra nel settore giovanile dei Gunners nel 1997 e debutta in prima squadra sei anni dopo in un match di Coppa di Lega contro il Wolverhampton. Le prime avvisaglie del suo talento si vedono nel gennaio del 2004 quando nella gara di FA Cup giocata ad Highbury contro il Middlesbrough, Bentley trova uno splendido primo gol: pallonetto del 4-1 a Mark Schwarzer e giornali che il mattino seguente incensano le gesta del centrocampista col numero 37. «Il giorno più felice della mia vita», ricorderà lo stesso David ad anni di distanza. Probabilmente un picco di felicità legata al calcio che il centrocampista non è mai riuscito a riassaporare.

David Bentley - Photo by Daily Cannon
David Bentley – Photo by Daily Cannon

Nonostante abbia poi anche l’onore di fare l’esordio in Premier League il 2 maggio del 2004 a Fratton Park contro il Portsmouth – giusto una decina di giorni prima l’Arsenal aveva vinto a White Hart Lane quello che sarebbe poi diventato il titolo degli “Invincibles” – la storia tra David Bentley e il North London si interrompe l’estate seguente con il primo prestito al Norwich, squadra con la quale si crea una certa credibilità a livello di Premier League. Un anno dopo arriva poi il passaggio al Blackburn Rovers, vero e proprio trampolino di lancio per la sua carriera. 102 presenze e 13 gol in Premier che nel 2008 gli valgono la chiamata del Tottenham.

David Bentley torna dunque nel nord di Londra approdando sulla sponda opposta (i giocatori ad aver vestito entrambe le maglie si contano sulle dita di due mani), convinto di poter mostrare a Wenger e soci tutto ciò che non avevano saputo vedere in lui. E in effetti non mancherà di vendicarsi in grande stile…

 

L’inizio della fine

Nel frattempo, nel settembre 2007, è arrivato anche l’esordio con la nazionale inglese grazie al CT McCLaren e qualche mese prima un importante gol in Under 21: punizione contro l’Italia di Giampaolo Pazzini nel 3-3 che apre la storia del nuovo Wembley. Gli epiteti di “nuovo Beckham” si sprecano. Bentley sembra vivere una parabola ascendente, ma proprio quando tutto sembra andare per il meglio, le pressioni iniziano ad aumentare e il talento di Peterborough comincia ad avvertire qualche malumore.

Il primo motivo di disaffezione nei confronti del mondo del calcio David lo imputata all’allenatore dell’U-21 inglese Stuart Pierce, reo di averlo accusato pubblicamente per aver rifiutato la chiamata agli Europei di categoria in coda a una stagione secondo Bentley già troppo logorante (tra club e nazionale aveva raggiunto 60 partite disputate). Una gogna mediatica che il calciatore dirà di aver subito pesantemente ma che non gli precluse di continuare il percorso anche con la nazionale maggiore di Fabio Capello.

L’allenatore friulano riconosce le qualità di Bentley e spinge per il suo passaggio dal Blackburn a una squadra più ambiziosa come il Tottenham. Se lo stesso Capello pare da subito essere uno sponsor importante per la carriera del centrocampista, sciaguratamente le cose cambiano del tutto abbastanza in fretta e il tecnico finisce incredibilmente per essere un ostacolo alla sua crescita. Questa volta la colpa è però tutta dello stesso David e di quella che si potrebbe definire una “cassanata”.  Notata la somiglianza del tecnico con il personaggio animato “Postman Pat“, Bentley, insieme al compagno Jimmy Bullard, comincia a scherzare cantandogli in faccia la sigla del cartone durante gli allenamenti. Mai mossa più sbagliata nei confronti di un uomo conosciuto per essere discretamente permaloso come Capello. Il rapporto tra i due si incrina e Bentley non indosserà più la maglia della nazionale.

 

 

La goccia che fa traboccare il secchio

Con la divisa degli Spurs, sotto la guida del tecnico Harry Redknapp, va più o meno allo stesso modo. Un po’ di ombre nella prima stagione e qualche luce – indimenticabile il gol-vendetta da centrocampo in uno dei più pazzi North London Derby degli ultimi vent’anni, il 4-4 dell’Emirates nell’ottobre 2008. Finisce invece in trionfo l’annata 2009-2010: qualificazione alla Champions e festa grande al termine dell’ultima giornata contro il Man City. Festa forse un po’ troppo grande per qualcuno in particolare: e chi se non David Bentley?! Secchiata d’acqua al mister nella conferenza stampa post-partita e ballo in mutande che macchiano ulteriormente l’integrità del calciatore. Redknapp offeso – forse esageratamente – dal comportamento del suo centrocampista al quale non fa praticamente più vedere il campo (giusto tre presenze nella stagione 2010-11). È un altro colpo durissimo all’amore di Bentley per il del mondo calcio.

Da lì in poi giusto una trentina di presenze in tre anni tra Birmingham, West Ham, i russi del Rostov e un ritorno a Blackburn. La passione per il pallone scemata completamente. Giocatore sicuramente anticonvenzionale e a volte troppo sopra le righe, David Bentley dice basta nemmeno trentenne ma senza alcun tipo di rimpianto. È la scelta consapevole di un uomo felice di aver cambiato completamente vita molto prima di quando avrebbe potuto. Oggi è proprietario di un ristorante a Marabella (Andalusia) e gestisce alcuni altri affari nel Regno Unito.

di Carlo Federico Ferrero

 

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